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NEPAL

(MT32)

COSI’ VICINI AL CIELO

Partenza 26/10/2020

La montagna, in quanto luogo dove ci s’avvicina al cielo, è un potente simbolo di innalzamento spirituale, e le religioni di ogni tempo e luogo se ne sono appropriate, santificando le vette che avevano a disposizione, dal Sinai ebraico all’Olimpo greco, dal Golgota cristiano al Taishan taoista. Tutte queste alture non paiono però che povere colline di fronte ai 6.650 m della cima sacra del Kailash, il mitico Monte Meru, dimora degli dèi induisti, o ai 7.810 m del Nanda Devi, oggettivizzazione di Parvati, moglie di Shiva. Ai piedi dei ghiacci della montagna himalayana è sbocciato l’induismo, sono fioriti i poemi sacri dei Veda e delle Upanishad, è ambientata l’epopea del Mahabharata. La sterminata estensione di quest’ultimo poema, lungo tre volte la Bibbia, e sette volte l’Iliade e l’Odissea messe insieme, testimonia la caratteristica più evidente dell’ambiente himalayano, l’esagerazione. L’Himalaya si innalza quattordici volte sopra gli ottomila metri, e si estende per 2.500 chilometri, come una Grande Muraglia naturale che separa l’India e il Nepal dal Tibet e dalla Cina. Spazi esagerati che amplificano anche la percezione del pensiero. I rishi, gli storici saggi della religione vedica, si spinsero, attraverso esperimenti di ascesi totale e distacco globale, fino a un modello di vita completamente dedita alla meditazione, dove la coincidenza fra la mente individuale e quella universale è assoluta e completa e il vissuto psichico e soggettivo prevale su quello materiale e oggettivo. Con la contemplazione l’uomo penetra l’epico scontro geologico tra le placche tettoniche, che spingendosi l’una contro l’altra, come il toro di Shiva contro uno yak tibetano, provocano la gigantesca piega della crosta terrestre, che è, de facto, l’azione generatrice dell’Himalaya. A sua volta madre, attraverso una trasposizione mitologica, del Buddha e del Buddismo. Una madre ingravidata in maniera miracolosa e asessuata da un elefante bianco che avrebbe partorito da un fianco e senza dolore il prodigioso figlio, inaugurando così l’abitudine di rimanere vergine prima, durante e dopo il parto e facendo di Lumbini una specie di Betlemme buddista. Aldilà di queste e delle molte altre similitudini ascrivibili all’agiografia dei fondatori, il Buddismo deriva proprio dall’ambiente himalayano la prevalenza dell’immanenza sulla trascendenza cristiana, cui seguono sia l’approccio fisio-psicologico, in qualche modo scientifico, alla religione come cura dei disagi mentali derivanti dall’attaccamento alle cose e alle persone, e dal desiderio di esse, sia l’atteggiamento antimetafisico nei confronti delle tematiche teologiche, liturgiche ed esistenziali.

Durata 11 giorni/9 notti

Partenza 26/10/2020 da Milano

Quota di partecipazione: € 1740

Posti disponibili

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